domenica, dicembre 20, 2009

Le famiglie di Cayo Lemon

A terra sull’isola est conosciamo Inghy, una giovane Kuna che parla un buon spagnolo.

Sono parte della famiglia che possiede l’isola ed a turno ognuno trascorre li un periodo definito dal nonno.

Loro si fermeranno sull’isola sei mesi. Mi racconta che un tempo lo facevano per raccogliere le noci da cocco, ma ora non ce ne sono più tante ed allora vendono molas alle barche o organizzano pranzi secondo lo stile Kuna per i turisti di passaggio che a volte approdano sull’isola con le imbarcazioni locali.

Sono solo due donne, l’uomo che vediamo non è della famiglia. E’ un pescatore al quale hanno dato il permesso di stabilirsi per poter pescare e fornirgli il pesce che loro fanno affumicare e che trasportano periodicamente al villaggio.

Sull’isola nordovest invece abita Justino con sua moglie e la famiglia di sua moglie, 5 generazioni almeno.

Justino si propone come day worker a bordo per lavoretti vari e decidiamo di ingaggiarlo per lucidare gli acciai e dare una pulita allo scafo. Debbo dire che siamo ben felici di potergli offrire del lavoro. Ha tre figli, l’ultimo ha meno di un mese e lui si da un gran daffare.

Tornando a bordo per il pranzo inizia la visita di una serie di venditori da cui prenderemo una cernia di 6.5 kg, un pargo di 3 kg e tre aragoste…il tutto standocene all’ancora in un posto stupendo.

Niente male no?

















giovedì, dicembre 17, 2009

Verso Cayo Lemon

Partiamo presto per riportare un vecchio amico a bordo della sua barca, ormeggiata a Cayo Lemon. Poco vento in prua quindi andiamo a motore.

Ci dirigiamo a Lemon est: all’ingresso c’è da fare una S e ci si ritrova in una grande baia ridossatissima in mezzo ad un gruppo di isolette.

E’ un posto bellissimo!

Ancoriamo e con il gommone partiamo alla scoperta dell’isola più ad est. Una piscina turchese si protende dalla spiaggia e le palme proiettano la loro ombra fino all’acqua. Ma chi è questo genio?

Saremo rimasti in acqua almeno tre ore, e nessuna voglia di uscire.

Sul fondo decine di stelle marine rosse, gialle, marroni. Un’aquila di mare salta fuori dall’acqua.

Ritornati a bordo troviamo Eujenio che abita sull’isola ad ovest che ci chiede di potergli ricaricare il telefonino. Eh già! Ci sono i cellulari ma solo alcuni villaggi hanno un gruppo elettrogeno quindi le barche sono una fonte preziosa di energia.















martedì, dicembre 15, 2009

Il villaggio

Scendiamo a terra ormeggiando il dinghy ad un moletto di legno. Ci ritroviamo in un giardinetto davanti ad alcune capanne. Diverse donne sono intente a cucinare sul fuoco o a cucire molas.

I giovani ci salutano cordialmente, ed anche gli uomini sono cordiali ed a volte perfino loquaci. Le donne, specialmente le più anziane, mostrano una certa ostilità rispondendo al nostro saluto con un movimento della testa.

Ci addentriamo tra le strette viuzze passando accanto a queste capanne che non hanno pavimento ne mobili, in cui si cucina su fuoco di legna e si dorme su amache. I tetti traspirano fumo attraverso le foglie di palma e le pareti hanno solo una porta d’entrata ma non hanno finestre.

Non osiamo pensare come possa essere nella stagione delle piogge!

I ragazzini guardano i riccioli biondi di Pablo, le bimbe vogliono toccarlo, un gruppo di bimbi che giocava a palla si ferma notando il suo interesse e gli passa la palla per farlo giocare.

I bimbi sono più piccoli di corporatura rispetto a lui ma si muovono con più padronanza. Scopriamo che hanno 3, alcuni 4 anni e che sono più piccoli perché i Kuna sono piccoli…e si vede da subito!

Infiliamo una viuzza e Pablo vede una gallina che entra attraverso una porta. Ci si avvicina e subito esce una donna che lo prende in braccio e lo porta dentro.

Ci invitano ad entrare, ci chiedono da dove veniamo, i nostri nomi, sono gentili con il piccolo.

Scopriamo un giardino curatissimo con piante e fiori. Due donne stanno cucendo molas ed un uomo siede al fresco di un albero.

Ci soffermiamo a guardare il loro lavoro: rimarcabile perfezione!

Ci mostrano alcune molas e non possiamo resistere.

La situazione è talmente gradevole che gli chiediamo di poter fare una foto di ricordo.

Stiamo volutamente evitando di ritrarre persone perché ci sentiamo a disagio. Ci sembra di mancargli di rispetto entrando nei loro villaggi con i nostri occhi da turisti sempre pronti a rubare un’immagine, ma troppo di fretta per soffermarsi a capire..

Aspetteremo un po’ e per ora scattiamo solo in certe occasioni prendendoci il tempo per assaporare questa nuova avventura.









lunedì, dicembre 14, 2009

Verso Carti

Oggi è una giornata impegnativa, ben 15 miglia da percorrere :-)). Abbiamo un appuntamento con un amico che viaggerà in taxi domani verso Panama. Ci troviamo a Cartì così mentre gli diamo un’occhiata alla barca durante la sua assenza ne approfittiamo per farci prendere un paio di cosette al supermercato e soprattutto l’ennesimo telefonino locale.

Ah dimenticavo! Da poco a San Blas hanno messo ben due operatori di telefonia cellulare ed ovviamente anche i Kuna hanno gradito l’innovazione.

Qui le distanze sono minime e, a seconda delle condizioni meteo e della rotta si può scegliere se passare a ridosso della prima o della seconda barriera.

Oggi il mare è tranquillo con poca onda e poco vento in poppa quindi restiamo nel canale Mayflower che è il più grande, ma soprattutto quello che richiede meno attenzione alla navigazione.

Veleggiamo con tutta tela. Passiamo Salar e prima di Lemon accostiamo a sinistra in direzione di Cartì dove ci sono ben quattro isole villaggio.

Un paio di zig zag tra i reef ed eccoci arrivati. Le isole villaggio, come vengono chiamate, sono fittamente costruite con capanne in bambu con tetto di foglie di palma. Qualche costruzione più grande spicca, magari la scuola o la sede del congresso.

Qui, ogni settimana, si riuniscono gli uomini del villaggio ed il Shaila ( sindaco) dà disposizioni, affina le regole ed impartisce multe e punizioni. La vita dei kuna è molto regolamentata e una colpa grave può perfino venir punita con l’espulsione dalla comunità.























domenica, dicembre 13, 2009

Cosa chiedere di più?

Ci siamo alzati presto, ed abbiamo assistito allo spettacolo dei pescatori Kuna che manovrando abilmente una rete fine fine montata su due rami hanno riempito le loro barche di pescilini piccoli piccoli... ci faranno anche loro la frittura?

Questa mattina è arrivato Apio che con il suo cayucco rifornisce di qualsiasi cosa le barche negli ancoraggi vicini. Oggi ci porta un magnifico King Crab al quale non sappiamo resistere e con ben 3 dollari, questa sera ci offriremo una cenetta da favola.


Nel pomeriggio sentiamo un soffio accanto alla barca ed usciamo increduli: tre globicefali stanno passando accanto alla barca!!??!!

Ma dove siamo arrivati?

















mercoledì, dicembre 09, 2009

La vita a Coco Bandero

Svegliarsi al mattino in un posto come questo è un regalo del cielo…e vien da chiedersi se i Kuna, nella loro esistenza così lontana dai nostri schemi, non siano in realtà molto più vicini alla verità di quanti inseguono le comodità sotto un cielo grigio di smog.

Enzo e Rita hanno scelto questo ancoraggio come loro seconda casa e vi trascorrono diversi mesi all’anno. Sono organizzatissimi! I pescatori gli portano polpi, granseole ed aragoste, Apio gli porta frutta e verdura ed Enzo è un bravo pescatore.

Quando piove riempiono il serbatoio d’acqua ma per il bucato hanno trovato qualcosa che ci lascia stupefatti: un pozzo di acqua dolce!

Sembra che per qualche ragione che ancora ci sfugge, un foro nella terra, profondo poco più di un metro, si trasformi in un pozzo. Il livello dell’acqua sale e scende con la marea e questo fa pensare ad una sorta di filtrazione dell’acqua di mare. Fatto sta che il pozzo c’è e non è mai secco! Enzo lo mantiene pulito e vi getta sabbia bianca per evitare che crescano alghe.

Quindi, per una doccia dopo il bagno e per fare il bucato…beh l’acqua non è un problema. Basta allora organizzarsi per quella da bere ed il gioco è fatto!

















martedì, dicembre 08, 2009

La prima navigazione

Siamo rimasti a Cayo Holandes per qualche giorno per assaporare il piacere dell’arrivo, ma già il richiamo della scoperta ci riporta in mare.
Il reef di Holandes costituisce la prima barriera verso il largo e crea un ridosso su un tratto di mare di poco più di sei miglia. Oggi facciamo rotta verso Coco Bandero e saremo esposti all’onda al gran lasco per una buona metà del tragitto.
Ci aspettano dei vecchi amici, Enzo e Rita con il loro Tatanai. L’ultima volta che ci siamo visti eravamo alle Exumas nelle Bahamas una decina di anni fa: Come saranno? Come ci troveranno? Loro sono qui a San Blas da sei anni ormai ed in questo tempo sono accadute talmente tante cose nella nostra vita che non oserò neanche raccontare per paura di appropriarmi di troppo tempo.
Ma in fondo è così per tutti noi marinai. Viviamo esperienze intense ed é bello ritrovarsi dopo anni in un’altro angolo del mondo.
Intanto costeggiamo isole da sogno tropicale, così belle e così tante che avrebbero potuto fare la felicità di 10 nazioni, ed invece sono tutte qui.
Passiamo bene al largo del reef di Coco ovest per evitare i frangenti alzati dai bassi fondali che, nonostante siano a sette metri, sollevano onde pericolose.
Coco Bandero è un ancoraggio delimitato da quattro isolette disabitate a ridosso di una grande barriera corallina. L’ingresso è mozzafiato, bellissimo. Qualche secca ne ostruisce il canale. Entriamo adagio finché, sulla sinistra, vediamo il Tatanai.
“Che bello rivedervi!”
Passiamo la serata insieme parlando di viaggi e di comuni amici nella bella armonia di un incontro in terre lontane.















sabato, dicembre 05, 2009

Ritorno dalla pesca

Un giro sul reef al pomeriggio sul tardi... e la cena é assicurata!



venerdì, dicembre 04, 2009

Una sorpresa.

Questa mattina c’è un po’ di vento e scendiamo a terra per una passeggiata sull’isola. Già dalla spiaggia vediamo quanto le palme siano un efficace ridosso. Si sta benissimo!

Ci addentriamo qualche metro ed andiamo verso la piccola spiaggetta quando vediamo una serie di buchi. Strano, ma chi sarà stato?

Cinque buchi di una quindicina di centimetri di diametro, profondi una ventina di centimetri.

Tutt’intorno la sabbia è smossa e a guardar bene distinguiamo la sagoma di una grande tartaruga.

Quale privilegio essere da soli su un’isola di buon mattino e trovare le tracce fresche del passaggio di una tartaruga marina!

Temiamo che non sia riuscita a deporre le uova perché sotto uno strato di sabbia c’è della terra ed i cinque scavi fanno pensare che la tartaruga non riuscisse a trovare un luogo adatto.

Poco più in la troviamo delle altre tracce ricoperte di sabbia come dopo la deposizione delle uova il che ci fa ben sperare sul buon esito della ricerca.

Poco più tardi arriverà Ray che per evitare che qualcuno calpesti la zona cancella le tracce e si incarica di sorvegliare l’evoluzione.

Siamo fiduciosi!












giovedì, dicembre 03, 2009

Le molas di Venancio

Una piccola lancia a motore si avvicina da poppa. A bordo un uomo ed un ragazzo, i nostri primi Kuna.
Siamo emozionati e ne abbiamo ragione perché Venancio è uno dei migliori produttori di molas di tutto l’arcipelago.

Ci ripromettiamo di prenderne solo una ma, una volta iniziato lo show, capiamo subito che è impossibile.

Sono spettacolari!

Le molas sono usate dalle donne Kuna nel loro costume tradizionale e fanno parte dell’uso quotidiano unitamente ai winnye, fili di perline avvolti intorno a polsi e caviglie rappresentanti figure geometriche.

La lavorazione delle molas è fatta tutta a mano, intagliando e cucendo ad intarsio tessuti di diversi colori.

Quelli tradizionali della base sono il nero, il marrone e l’arancione mentre i disegni, geometrici o rappresentativi di scene di vita o di animali, sono coloratissimi.

La spiaggia di poppa di Aquarius è un’esplosione di colori.

Trattenendoci ne prenderemo ben 19, buona parte delle quali montate in due composizioni che andranno appese a prua, ma ne avremmo prese molte di più.

Il montaggio delle composizioni richiede un po’ di tempo ed offriamo a Venancio ed al suo amico qualcosa da mangiare. Ieri sera ho fatto la pizza e mi sembra una buona idea. I due non conoscono la pizza: Venancio rifiuta e preferisce del pane mentre il più giovane accetta con piacere. Ne mangerà ben due fette, e di gusto anche!

Parliamo di diverse cose e soprattutto di delfini. I Kuna pensano che siano qui per proteggere gli uomini e ci confermano una forte presenza tra le isole.

Impariamo le nostre prime parole Kuna: pesce = hua, delfino = huaka, balena = baka

Sappiamo che ci rivedremo e che questa incredibile esposizione si ripeterà a bordo molte altre volte. Venancio ci lascia il suo numero di cellulare, da poco attivo qui nelle isole, e ci invita a chiamarlo quando riceviamo visite.

Con gentilezza ci ringrazia per gli acquisti e per il cibo. Sentiamo in loro una profonda tranquillità e rispetto. Cose a cui avevamo un po’ perso l’abitudine. Grazie!













mercoledì, dicembre 02, 2009

Runner Island

Noterete il nome “poco Kuna” dell’isola che viene dal nome della barca di Ray, un canadese/americano che vive qui da dodici anni ormeggiato davanti alla “sua” isola.

Ogni giorno dedica due ore a pulire, tagliare le foglie secche, rastrellare spiaggia e sottobosco, bruciare sterpaglie e con l’occasione la gente delle barche ne approfitta per bruciare i rifiuti.

L’isola è di una bellezza mozzafiato. Un giardino tropicale con il terreno rivestito di una sorta di prato all’inglese di erbetta ispida, così pulito che ci si cammina piacevolmente a piedi nudi.

Dopo anni di isole belle, beh posso dire che questa prende a pieni voti il primo posto.

Questa mattina scendendo a terra abbiamo visto una aquila di mare, sorta di grande razza, saltare più volte fuori dall’acqua.

Tutt’intorno una grande barriera corallina protegge l’ancoraggio e sicuramente provvede pesce per i pescatori locali e per quelli delle barche.

Capisco cosa ha motivato Ray a trascorrere qui gli ultimi dodici anni.

Grazie Ray per il tuo lavoro.
































martedì, dicembre 01, 2009

San Blas!

Verso le quattro del mattino il vento é diminuito ed é girato in poppa. Orziamo diverse volte per mantenere andatura e velocità, ma prima che sorga il sole dobbiamo chiudere il genoa e mettere motore. Speravamo davvero di galoppare a vela fino all’arrivo.


Siamo 30 miglia da Cayo Holandes quando un incontro formidabile ci conferma una teoria che avevamo da tempo. Una pinna nera supera Aquarius e senza sforzo si mette sotto la prua. Qualche evoluzione e poi…un salto! Completamente fuori dall’acqua a pochi metri da noi.

Neanche il tempo di prendere la macchina fotografica che un secondo siluro nero lungo almeno 5 metri si mette al nostro fianco. La sagoma è affusolata e potente. Sono due Pseudorche, madre e figlio, e ci hanno appena dato, in questa regione così poco conosciuta dal punto di vista cetaceo, un benvenuto dei più desiderati e calorosi.

A meno di 10 miglia ad Holandes avvistiamo un gruppo di stenelle maculate che rapidamente ci circonda. Saltano e si contendono il baffo di prua come tutti gli individui della loro specie. Una mamma con il suo cucciolo nuotano in perfetta sincronia appena a dritta della barca. Il piccolo ha appena pochi mesi ed è una meraviglia vedere come sta incollato alla madre mentre fanno rapide evoluzioni a prua di Aquarius.

Cominciamo ad intravedere le prime isole, o meglio le palme da cocco che le ricoprono. Ne vediamo molte verso sinistra ma nulla in direzione della nostra meta.

Ce ne stiamo belli spaparanzati a poppa all’ombra delle vele ed ogni tanto allunghiamo il naso cercando le “nostre” isole.

Siamo col fiato corto perché il sole sta calando e noi, all’arrivo, dovremo attraversare una serie di reef che ostruiscono l’ingresso. Il cielo è appena nuvoloso e basta davvero poco per ritrovarci obbligati a dar fondo fuori dalla baia fino a domattina.

Eccole! Finalmente ci siamo! Vediamo la meta di questo lungo viaggio prendere rapidamente forma sull’orizzonte. Isole, palme, reef frangenti. Una barca incagliata spunta in mezzo alle onde sulla barriera e ci vengono i brividi al pensare di come un bel sogno possa infrangersi così, in un lampo, per un semplice ritardo sulla tabella di marcia.

Dai, abbiamo ancora una buona luce!

Doppiamo Tiadup, all’estremita sud est del gruppo che forma i Cayos Holandes orientali, passiamo la prima secca e…siamo in paradiso!

Il mare turchese cangiante è cristallino e le passe si vedono chiaramente. Tutt’intorno piccole isole di sabbia bianca coperte di palme, sí ma non come uno s’immagina! Sono davvero piene di palme da cocco da non saper più dove metterne.

Proseguiamo l’entrata, passiamo un reef che sporge da Piriadup, poi accostiamo verso Banedup lasciando le due secche sulla sinistra.

Qualche barca ormeggiata. La gente ci saluta. Arriviamo in uno specchio d’acqua con tre metri di profondità e diamo fondo all’ancora. Tutt’intorno i colori del reef ed il silenzio rotto solo dalle onde che si infrangono sulla barriera.

Siamo li, tutti e tre a guardarci intorno senza parole.

E’ come se tutti i posti più belli che abbiamo visto durante i nostri viaggi si fossero riuniti qui.

Ripensiamo alla prima volta in cui ci siamo detti: “e se andassimo a San Blas?”

Ed ora eccoci qua amici! Ce l’abbiamo fatta!

Siamo arrivati in fondo a questo viaggio a lungo desiderato, pronti ad iniziare una nuova avventura alla scoperta di queste isole meravigliose.





















lunedì, novembre 30, 2009

Partenza da Cartagena!

Siamo partiti da un paio d’ore dalla baia di Cartagena, emozionati e felici di riprendere il mare per le ultime 200 miglia di questo lungo viaggio.

Navighiamo con poco vento al lasco e spingiamo anche un po’ col motore per creare vento apparente e stabilizzare la barca che tende a rollare per l’effetto di un mare decisamente sproporzionato, quando sentiamo una chiamata via radio.

Non capiamo bene di chi si tratta, ma chiamano una barca a vela in una posizione che, con qualche decimo di approssimazione, corrisponde alla nostra.

Rispondiamo.

Cerchiamo dapprima di capire di che cosa si tratta e se siamo effettivamente noi quelli che cercano di contattare.

Si scopre così che siamo su una rotta che incrocia quella di una nave che traina 10 chilometri di cavi che sta conducendo studi sismici e che dovremmo cambiare rotta per non passare sui cavi che emettono raggi pericolosi!!!

Uauuuu! Che storia fantascientifica!!!

In realtà abbiamo già visto quella nave ed è della stessa serie di una nave dell’ENI che ho visitato anni fa, specializzata in prospezioni acustiche di giacimenti petroliferi.

Effettivamente la nave emette una serie di esplosioni ad aria la cui eco viene ricevuta da un array di idrofoni lungo diversi chilometri.

Sono piuttosto contrariato. La rotta di sicurezza è 350° il che vuol dire esattamente con mare in prua, inoltre per far passare nave ed idrofoni ci vorrà più di un’ora, e questo ci mette stretti col timing che già non era dei più favorevoli.

Richiediamo rotta e velocità della nave per valutare un passaggio di prua ma niente da fare. Se anche spingessimo a 8 nodi non riusciremmo a passare in tempo. Non ci resta che manovrare.

Per fortuna il comandante della Western Trader, che deve essere un velista, ci dà rapidamente una serie di spezzate per ridurre il nostro tempo contro vento e per rimetterci in rotta il più rapidamente possibile. Perderemo comunque quasi un’ora però siamo contenti perché già dalla terza spezzata è salito un bel vento e possiamo metterci a vela.

Siamo al gran lasco e corriamo a 9 nodi su delle onde enormi che anche Pablo passa dei bei quarti d’ora ad ammirare attaccato alla rete di poppa. Quando una più grossa scuote la barca si volta e dice “onda, gande!” poi torna a guardare la scia di schiuma lasciata da Aquarius.

Per cena ci facciamo dei rigatoni al ragù, gli ultimi per diversi mesi. La luna è quasi piena ed illumina il mare di fronte a noi. Orione è giusto allo zenith ed è una strana sensazione sentire con quanta forza il Mar dei Caraibi spinge le onde negli ultimi metri della loro grande corsa… Perché siamo quasi a Panama e qui le onde devono loro malgrado fermarsi!











martedì, novembre 10, 2009

Due passi nella città vecchia...























domenica, novembre 01, 2009

Cartagena!!

Ultima tappa! Ci siamo svegliati presto per avere tutto il tempo di arrivare a Cartagena in giornata. C’è poco vento ma riusciamo ugualmente a fare 5 nodi a vela su un mare piatto che nulla ha a che vedere con quello che ci ha shakerato l’altra notte.

Mettiamo il mini tendalino per fare ombra sulla tuga di poppa. Pablo sguazza nella sua vaschetta ed io metto a mollo il calamaro per vedere se riesco a prendere un pesciolino per il mio bambino. Siamo tutti in relax sorvegliando la navigazione al computer quando, zzzzzzzzzzzzhhhhhiiiiiiiiii la lenza parte come un razzo. Un’occhiata allo scandaglio, siamo su una decina di metri. Ma cosa può essere a questa profondità? Rallentiamo l’andatura nascondendo il genoa dietro la randa e cominciamo a recuperare la lenza. Il pesce è grosso e tira verso il basso. Siamo obbligati a recuperare la lenza in due: io tiro su a mano ed Enrica recupera con il mulinello.

Ci vorrà più di 15 minuti per arrivare ad una decina di metri dalla poppa…e non abbiamo ancora visto di che pesce si tratta!

Enrica teme che sia un grosso barracuda, che a parte i denti, è anche un pesce che mangiamo poco volentieri quando è oltre i tre chili.

Io sono fiducioso. Dal comportamento non mi sembra un barracuda e continuo a tirare cercando di ammortizzare gli strattoni.

Finalmente il pesce viene a galla. E’ enorme! E non è un barracuda ma uno splendido carangide.

Un colpo di raffio ed in un attimo lo tiriamo su. E’ sempre un momento un po’ di tensione: il bestione che si dimena, l’amo che rischia di liberarsi e di catturare uno di noi, Pablo che vede il pesce e dice HHAAAMM! Insomma abbiamo il nostro bel daffare.

E’ un esemplare di Caranx Hippos da 5.5 kg che scopriamo essere reputato per la qualità delle sue carni rosse e compatte.

Nel giro di una mezz’ora il pesce è sfilettato e messo sottovuoto, tranne un bel pezzettone che viene proprio buono da fare a cena. Non possiamo fare a meno di ricordarci dei pesci non comprati a Calvì in Corsica l’estate del 2008 per la modica cifra di 50 euro al chilo. 50x5.5= 275 euro! Poffarbacco! Che ne dici Nello?

Speriamo sia un preludio alla pesca di San Blas.

Ci avviciniamo a Cartagena! Quante volte ci siamo immaginati questo momento.

I grattacieli sul mare ci accolgono come un pugno dopo tutti questi giorni di navigazione lungo la costa quasi deserta della Colombia pero' quest’aria quasi tipo Miami non ci dispiace.

E’ domenica e costeggiamo la spiaggia di Boca Grande piena di gente e colorata di ombrelloni. I ragazzini sugli Optimist, i motoscafi coperti di ragazze e di crema solare, ed il muro!

Si! Gli spagnoli costruirono un muro sottomarino ad un metro sotto la superficie per proteggere la città dai possibili attacchi condotti attraverso l’ingresso di Boca Grande.

Di recente, per permettere il passaggio alle piccole unità, è stato aperto un varco di una quindicina di metri che dovrebbe essere segnalato da due boe.

E’ perfetto perché questo ci evita il giro da Boca Chica con un risparmio di almeno due ore.

Di boa ce n’è solo una rossa. E’ bene tenere a mente che qui si usa il sistema americano detto RRR (Red Right Return) ed il rosso va lasciato a destra entrando.

Costeggiamo grattacieli e palazzi di lusso sul mare fino al canale d’accesso nella baia interna.

La Madonna del mare ci dà il benvenuto e le barche all’ancora ci indicano la zona di ancoraggio.

Pablo si guarda intorno con gli occhi grandi di curiosità. Noi non vediamo l’ora di andare all’incontro con la città più bella del sudamerica.

Aquarius getta l’ancora davanti allo yacht club dove si riposerà per qualche settimana.

Noi siamo soddisfatti, felici di aver portato a termine un viaggio importante e fieri di aver vissuto in tre quest’esperienza straordinaria.

























sabato, ottobre 31, 2009

Una bella mattina!


Siamo rimasti al largo di Barranquilla, di fronte all’estuario del Rio Magdalena per tutta la notte.

Finalmente é giorno! I temporali col sole si stanno lentamente dissolvendo. La rotta verso Cartagena è ancora carica di lampi ma più sottocosta sembra in netto miglioramento.

Siamo molto stanchi ed abbiamo bisogno di dormire un po’...

Ad una quindicina di miglia c’è uno strano ancoraggio, Punta Hermosa che potrebbe andar bene per passarci la notte.

E’ uno strano ancoraggio perché le carte di una scala lo descrivono come un ridosso eccellente a forma di uncino, mentre cambiando in una scala di dettaglio si perde l’uncino e si trova solo una leggera protuberanza che offrirebbe un ben misero ridosso dalle onde del largo.

La zona ha fondali bassi e variabili, modificati continuamente dagli apporti del fiume, è disseminata di relitti e non promette nulla di buono. Procediamo cautamente confrontando la carta con i dati dell’ecoscandaglio avvicinandoci all’ancoraggio con rotta sud est.

Intravediamo una lingua di terra bassa ricoperta di qualche cespuglio. Non ci sono alberi di barche ad indicare la bontà dell’ormeggio e ci tocca farci strada da soli.

Proseguiamo e sembra che per una volta la carta buona sia proprio quella che indica il ridosso a forma di uncino.

Entriamo adagio e ci troviamo di fronte ad una grande baia ben protetta. Il lato nord è formato dal famoso uncino di terra bassa coperta di mangrovie al termine del quale inizia una grande spiaggia con evidenti strutture balneari ed il lato est, verso costa, sembra una collina svizzera ricoperta di un’erbetta verde curatissima con qualche bella villa qua e là.

Diamo fondo in tre metri d’acqua davanti alla spiaggia a sinistra della collina. Ci sono ancorate un paio di barche da pesca e sembra un posto tranquillo.

Finalmente! Ora un caffè, un pisolino ed un bel bagno per rimetterci in sesto per domattina.


venerdì, ottobre 30, 2009

Rio Magdalena

Siamo un po’ delusi mentre armiamo il tangone per la prossima traversata “difficile”.

Non ci sono altri ormeggi sicuri lungo la costa e quindi dobbiamo superare il Rio Magdalena, che viene descritto come un passaggio pericoloso per lo sue onde ripide e per gli innumerevoli oggetti galleggianti portati in mare dal grande fiume.

Una teoria sostiene che si debba attraversare la zona dell’estuario passando almeno 5 miglia al largo mentre l’altra dice che di deve assolutamente passare sotto costa. Sicuramente dipende dalle condizioni del mare.

Le due concordano invece nel dire che il passaggio vada effettuato di giorno per aver modo di vedere i pericoli galleggianti per evitarli.

Da qui il nostro essere “fuori Timing”. Pensando di fermarci a Taganga siamo partiti tardi ed ovviamente passeremo il fiume di notte. Fantastico!

La navigazione è gradevole. Mare poco mosso, vento 15 nodi, cielo velato così non si scoppia di caldo, tutto va benone!

Di fatto stiamo attraversando un’enorme baia e quando rivedremo terra a sinistra della prua, allora saremo vicini al fiume.

Verso fine pomeriggio l’acqua comincia a cambiar di colore ed una corrente contraria di due nodi ci fa percepire la prossimità dal fiume ben prima di aver avvistato terra.

Nei giorni scorsi non ci sono state grosse piogge e probabilmente non ci saranno troppi tronchi galleggianti a minacciare la nostra navigazione.

Cala il sole mentre siamo a poche miglia da Barranquilla: la città sorge sul fianco del fiume che é navigabile per 1600 chilometri ed ha un porto commerciale molto attivo. Così ci mettiamo anche il traffico navale a complicare la cosa. Navighiamo in un mare corto e ripido al gran lasco quando, proprio dietro di noi, comincia a strutturarsi una linea temporalesca scura e tuonante che si avvicina a vista d’occhio.

Ne seguiamo l’evoluzione al radar e non si presenta per niente bene.

3 Miglia, 2 miglia, 1 miglio all’impatto…manovriamo!

Difficile sapere cosa c’è sotto una linea temporalesca, vento a raffiche, pioggia, fulmini…roba brutta che meno dura meglio è.

Chiudiamo il genoa e mettiamo motore per manovrare contro la linea cercando di attraversarla nel suo punto più stretto.

Risaliamo contro vento con randa e motore e sommando la nostra velocità a quella della linea ne dovremmo uscire in una decina di minuti.

Sembra un’eternità! La barca sbanda sotto le raffiche violente mentre tutt’intorno un circo di lampi illumina il cielo. Sarebbe anche bello se non fosse così terrificante.

Lasciamo passare il temporale e ci rimettiamo in rotta dietro la linea. Pensiamo di essere tranquilli, ma nel giro di poco altre due linee temporalesche si uniscono alla prima provenienti da due direzioni diverse…Sarà mica un meeting di temporali?

Insomma, per farla breve questa robaccia si chiude a ferro di cavallo davanti a noi senza accennare a spostarsi e regalandoci uno degli spettacoli pirotecnici più grandiosi che abbiamo mai visto.

La distanza tra noi ed i temporali diminuisce man mano che avanziamo, segno che sono stazionari.

Non ci sono mai piaciuti i temporali e non ce la sentiamo di attraversarli.

Dirottiamo di nuovo contro il vento e contro il mare che nel frattempo si è ulteriormente ingrossato, con l’idea di attendere fino al via libera del cielo.

Motore a 1000 giri e randa bordata al centro, cercando di non avvicinarci troppo al fiume per non trovarci nella rotta delle navi in manovra e cercando di non scadere né troppo al largo né troppo sottovento per non entrare nell’arco temporalesco che ci circonda.

Credo che questa nottata ce la ricorderemo per un pezzo e che la Coast Guard potrà aspettare a lungo prima che si rifaccia zelo radiofonico.

Troppo buoni…troppo c…….!

Partiamo verso le nove con l’idea di passare il capo e raggiungere la baia di Taganga, un ancoraggio vivace con diversi bar, musica e birra fresca.


Navighiamo in poppa piena con mare calmo che è una meraviglia.

Dobbiamo passare un’isola che ha una lingua di bassi fondali che sporge verso Nordovest per oltre un miglio e che obbliga ad un lungo giro.

Attratti dalla bellezza del paesaggio e rassicurati dalle guide che danno un passaggio sicuro verso terra proviamo ad avvicinarci per vedere se ci si può arrischiare.

Chiudiamo il genova e procediamo a motore. Il passaggio a terra è bellissimo ma ci sono delle secche sul lato sinistro e diverse barche da pesca nel lato più profondo.

Avvicinandoci adagio vediamo un pescatore che ci fa segno di passare a prua della sua barca. La corrente è forte, ne vediamo i vortici intorno agli scogli. Passiamo su un fondale di 5 metri salutati cordialmente dai pescatori che temevamo di disturbare e invece ci accolgono con simpatia.

Avremmo voglia di fermarci ma l’ormeggio possibile è su un fondale roccioso e profondo. Meglio continuare.

Ci stiamo avvicinando alla città di Santa Marta dove c’è una sede della Coast Guard che chiamiamo per informarli della nostra presenza e per comunicargli l’intenzione di passare la notte a Taganga

Comunicare la propria presenza è un gesto al tempo stesso di sicurezza e di cortesia e ci aspettiamo un “No hai problema senor, bienvenido!”, come siamo abituati.

Invece ci dicono che non siamo autorizzati a trascorrere la notte nella baia e che vogliamo fermarci dobbiamo entrare a Santa Marta, contattare un’agenzia marittima e fare i documenti d’entrata.

Ennesima botta di burocrazia del costo di mezza giornata più un centinaio di dollari.

Ci mordiamo le mani per aver chiamato. Siamo stati troppo buoni!

Comunichiamo che stando così le cose proseguiamo diretti per Cartagena ed allora ci augurano buon viaggio e ci ringraziano per il contatto.

Si ma intanto ci tocca proseguire fuori timing. Tiriamo qualche moccolo a quello che ha scritto che la Coast Guard in Colombia è molto disponibile con gli yacht, che sono sempre a cercar di rendere servizio e che una volta informati della presenza della barca nelle acque territoriali si ha diritto a stare fino ad un mese navigando con la bandiera Q a riva ed a sostare ovunque si voglia.

NON E’ VERO!!!






giovedì, ottobre 29, 2009

Bahia Guayraca

Questa mattina ci siamo armati di scarpe, machete e repellente antizanzare ed insieme ad un gruppo di amici siamo andati a fare un giro nel bosco dietro alla baia in cui sussistono delle rovine precolombiane degli indiani autoctoni.

Accompagnati da Rinaldo, una guida locale che abita in una casetta sulla spiaggia, partiamo in spedizione. Siamo sul lato costiero del parco naturale di Tayrona, una distesa enorme di foreste e montagne popolata da scimmie nane, tigrilli, pappagalli, iguana ed altri animaletti esotici.

Ci addentriamo attraverso un sentiero che assomiglia un poco a quello dei nostri boschi di collina e cominciamo a capire che qui viveva un’importante comunità india che aveva un culto della morte alquanto particolare.

I morti venivano seppelliti adagiandoli su una sorta di piano inclinato in prossimità di un albero e ricoperti di terra. Durante la cerimonia funebre venivano, a seconda del loro ceto sociale, accompagnati da cibo, frutta e gioielli. Va ricordato che qui siamo nella zona del “El Dorado” e dei cercatori d’oro e fin dai tempi gli indios avevano sviluppato una grande abilità orafa.

Così venivano realizzati vari ornamenti con forme di animale e simboli sacri utilizzati in vita e rimessi al defunto durante la cerimonia.

Qualche anno più tardi i defunti venivano riesumati ed i resti raccolti in un’urna funeraria che veniva sepolta nei dintorni della casa.

L’urna conteneva gli ori e gli oggetti cari della persona.

E’ così che scopriamo che Rinaldo è quello che da noi viene definito un “Tombarolo” e che da decenni effettua scavi alla ricerca dei tesori precolombiani.

Siamo inorriditi! Ci immaginiamo questo suolo sacro e vediamo la crudeltà di queste centinaia di scavi, ferite nella terra e nel rispetto di quelle persone, con il solo scopo di estrarre l’oro, spesso con l’obbiettivo di fonderlo per cancellarne le tracce.

Troviamo resti di mortai in pietra per la macinatura dei grani, troviamo resti di urne, a volte decorate con dei colori oppure incise in tanti simboli. Tutto è stato distrutto, devastato, l’urna veniva generalmente rotta per estrarre i resti che venivano buttati in una fossa fatta per l’occasione. Rinaldo ci mostra con fierezza i luoghi dove aveva trovato le urne più grosse, le collane più belle, l’ocarina di terracotta. Pochissimi pezzi sono custoditi nei musei mentre la maggior parte sono nelle ville di qualche ricco colombiano a Bogotà o negli Stati Uniti.

Il caldo, la delusione per l’avidità dell’animo umano, la devastazione che ci circonda ci pesano come un macigno. Per fortuna, un po’ facendo leva su Pablo che ha fame, riusciamo a porre fine a questa inconcludente visita del nulla e tornarcene sulla spiaggia.

Qui troviamo una canoa di legno costruita con tecniche arcaiche: le ordinate sono fatte di rami la cui curvatura è stata scelta con attenzione per sposare le linee dello scafo. Probabilmente resterà tra i ricordi più costruttivi di questa mattinata.

Rientrando a bordo veniamo ricevuti dai guardaparco che sostengono che sia appena stato approvato un provvedimento che vieta l’ancoraggio in tutte le baie del capo.

Ci sembra assurdo visto che si tratta dell’ormeggio più sicuro della zona. Parliamo della possibilità di mettere delle boe per preservare il fondale senza precludere alle barche la possibilità di fermarsi, ma per ora non c’è nulla di fatto e resta l’applicazione del provvedimento, quindi: dobbiamo andarcene!

Ci danno tempo fino a domattina: godiamoci queste ultime ore nella baia e prepariamoci a muovere.

























martedì, ottobre 27, 2009

Notte di emozione

E’ improbabile riuscire a dare un’idea dell’emozione di questa notte. Siamo qui, tutti e tre. Pablo dorme sottocoperta, assolutamente a suo agio in mezzo a questo mare bianco di schiuma. Aquarius galoppa sulle onde alzando un baffo di prua che esplode in mille spruzzi che si illuminano di rosso e di verde al passare nel fascio delle luci di via.

Le stelle brillano forte come accade solo nelle notti di vento teso. Stacco il pilota e mi metto un poco al timone per sentire fino in fondo l’energia di cui siamo parte.
C’è una perfetta armonia tra la barca ed il mare e grazie ad Aquarius anche noi ci sentiamo al nostro posto in quest’ambiente ostile in cui un uomo senza la sua barca resisterebbe solo pochi minuti.
Abbiamo iniziato a rallentare calibrando la velocità per arrivare con la luce e sono fiero del timing perfetto quando… Enrica esce e mi dice “è troppo presto!”
Ma come? Guarda bene siamo precisi al minuto!
Ma no, sono le tre e ci mancano due ore per arrivare. Farà ancora buio!
Tranquilla, hai visto male sono le quattro. Entreremo col sole!
Attimo di panico. Abbiamo cambiato l’ora entrando in Colombia…ma non sul gps su cui sto facendo la navigazione.
Siamo troppo veloci!
Ammainiamo tutto ed issiamo solo la trinchetta. Dobbiamo frenare al massimo per evitare di avvicinarci a terra col buio e, come se non bastasse il cielo è coperto ed il sole non si farà vedere tanto presto.
Avanziamo comunque a cinque nodi facendo qualche bordo per allungare la strada. Siamo ormai a meno di due miglia dalla baia quando comincia ad albeggiare. Il paesaggio è strepitoso. Scogliere rocciose coperte di vegetazione appaiono attraverso una nebbiolina mattutina che rende tutto un po’ ovattato. Sopra di noi ci sono le Ande a 5000 metri di altezza. Sappiamo che le cime sono innevate ma purtroppo non le vediamo. Entriamo nella baia sotto forti willywaw, raffiche catabatiche dovute all’aria gelida che scende dalle montagne.
La baia Guayraca è verdissima e profonda, l’acqua riflette il colore della vegetazione, qualche costruzione di lusso s’inerpica sulla sponda ovest e tutto in fondo un gruppo di una decina di case modeste lungo la spiaggia grigia.
Diamo fondo in sette metri d’acqua e mettiamo su il caffè.
Per un po’ restiamo incantati davanti a questo posto in cui si respira un’aria d’altri tempi e lo immaginiamo con i galeoni ormeggiati esattamente dove siamo noi. Che dire?
Siamo felici di essere qui e curiosi di scoprire ancora una volta dove siamo arrivati.